In breve: sette riflessioni del 2019 sui simboli e sui miti dello Yoga: il significato nascosto di alcune posizioni, i Mudra e il Namastè, l’equilibrio, il percorso verso l’illuminazione e il legame tra Yoga e sistema endocrino.
I testi sono pubblicati nella loro forma originale, uno per capitolo.
Le riflessioni della raccolta:
- Proseguendo, nel tentativo di «svelare i misteri» dello Yoga
- Non c’è un tempo per fiorire
- Il percorso illuminante
- Mudra e Namastè
- Mito e asana
- Yoga ed equilibrio
- Yoga e sistema endocrino
Proseguendo, nel tentativo di «svelare i misteri» dello Yoga
Proseguendo, nel tentativo di “svelare i misteri” dello Yoga, che poi misteri non sono semmai immagini dalla forte carica simbolica, non meno di quanto lo siano le religioni e le tradizioni occidentali e, la mitologia dell’antica Roma e dell’antica Grecia ne sono un esempio calzante, oggi parlerò brevemente e nel modo più semplice possibile, perché possa essere d’aiuto ai più, di Kundalini.
Abbiamo definito i chakra plessi energetici e abbiamo considerato i 7 principali che prossimamente vedremo nello specifico.
Ma non si può parlare di chakra se prima non chiariamo i concetti base.
Le due forme principali di energia penetrano nel nostro corpo attraverso il primo chakra, con una energia ascendente, e il settimo, con una energia discendente.
Questi due chakra rappresentano i punti estremi di Sushumna, il canale energetico principale che scorre lungo la colonna vertebrale attraversando tutti i chakra.
Attraverso Sushumna risale un’energia primordiale, un’energia assopita, “addormentata”, una forza latente e potenziale che rappresenta l’istinto perduto, la dimensione primitiva, l’essenzialità soffocata dai condizionamenti ma fortemente necessaria per la sopravvivenza.
È l’energia Kundalini, la manifestazione di Shakti, quell’energia primordiale femminile che garantisce la sopravvivenza della specie e che è l’essenza dell’universo stesso…in parole occidentali Madre Natura.
Shakti è la manifestazione dell’esistenza e del divino, esistenza che ad esso deve tendere elevandosi per ricongiungersi con quell’ energia divina allo stato puro.
Questo nella sostanza, ma veniamo ora alla rappresentazione simbolica.
Kundalini, energia “dormiente”, viene rappresentata come un serpente arrotolato (“kundala” in sanscrito) tre volte e mezzo su se stesso che giace alla base della colonna, in corrispondenza di Muladhara, il primo chakra.
Risvegliandosi, in modo graduale, si eleva passando da un chakra all’altro portando a livelli di consapevolezza sempre maggiori.
Qualcuno potrebbe obiettare, perché il serpente e non un altro simbolo?
Primo per una ragione di immagine intuitiva, infatti è più “semplice” immaginare un serpente arrotolato pronto ad elevarsi e srotolarsi piuttosto che un tricheco.
In ogni tradizione il serpente ha un suo valore simbolico, in alcune positivo in altre negativo.
Questa precisazione perché spesso il solo termine kundalini genera chiusura mentale, paura e repulsione verso lo yoga e il tantra.
Nell’antica tradizione induista e nei Veda, il serpente ha un valore simbolico sacro che ritroviamo con i nagas, gli spiriti della natura, che custodiscono i tesori della terra e assicurano la fertilità.
Ogni simbologia va riportata nel suo contesto e nelle sue radici storiche e non c’è alcun dubbio che le origini dello yoga siano da ricercare nella simbologia orientale e non in quella occidentale, pur restando fortemente convinta di quanto importante sia accogliere una disciplina millenaria restando fortemente ancorati alle proprie radici.
Non c’è un tempo per fiorire
…Ogni fiore sboccia quando il seme è maturo
Se dovessimo dire cosa è lo Yoga, partendo dalla definizione etimologica del termine, la radice sanscrita “yug” aggiogare, unire, potremmo definirlo “controllo unitario dei sensi”, un legame mente-corpo finalizzato al ritrovamento della propria individualità e spiritualità, un significato di «unione» che ricorda quello del latino religio, «legame», pur avendo un’origine diversa.
Definizione alquanto razionale e filosofica, un tantino astratta seppur corretta.
Ma se volessi definirlo nella vita pratica?
Alla domanda cosa è lo yoga, si placa anche la mia tendenziale loquacità.
Più semplice sicuramente sarebbe spiegare cosa non è lo yoga.
Con il passare degli anni, intendo anni yogici, tra pratica e teoria, pensavo che cercando, prima o poi sarei arrivata a quell’ insight, o flash d’intuizione che mi avrebbe portata alla totale comprensione dell’universo yoga, a sapere esattamente cosa fosse.
Al contrario, oggi sono consapevole che più lo pratico sempre meno riesco e ho voglia di definirlo, perchè definirlo, come da significato letterale, significherebbe arginarlo in confini delimitati, e già questo non sarebbe yoga.
Ma veniamo al dunque…
L’occidentalizzazione dello yoga, positiva, a mio avviso, se intesa e finalizzata a conservare le proprie radici e origini, senza la necessità di una camaleontica metamorfosi in “santoni indiani” o atteggiamenti “Gureschi” ha ovviamente il suo rovescio negativo se pensiamo alla “mercificazione” che ha reso lo yoga un business, fino a dipingerlo come la panacea di tutti i mali.
Il mio pensiero e il pensiero alla base della filosofia della nostra scuola di formazione yoga, è l’idea che invece sia uno degli strumenti, non l’unico e neanche il fine ultimo.
Ma procediamo per gradi.
Sempre più coeso è il binomio yoga-benessere, benessere inteso come stare bene, banale “tradurlo” ma importante per comprendere quello che dirò senza dar adito a malintesi nè polemiche dato che trattasi di una visione che non ha la pretesa egoica di risultare verità assoluta.
Vorrei oltrepassare la semplice affermazione di benessere psico-fisico legato alla consapevolezza della respirazione o della pratica seppur strumenti preziosi per sentirsi meglio e calmare il vortice dei pensieri.
Lo stesso filosofo Patanjali racchiudeva nell’ espressione “Citta Vritti Nirodha” l’essenzialità dello yoga.
Cos’è allora il benessere psico-fisico, o meglio, come posso arrivare a stare bene? Come posso arrivare a quella pace interiore di cui troppo spesso si parla, tra seminari e meditazioni, tra ricette e consigli che ormai trovi anche nell’ incarto dei cioccolatini?
Grandi psichiatri e psicoterapeuti del secolo hanno affermato insistentemente la necessità di “partorire se stessi”.
Carl Gustav Jung, psichiatra svizzero, parlava di Individualità e del “dare alla luce se stessi” in un processo di elevazione spirituale ed evoluzione della coscienza per raggiungere l’essenza più profonda, e portare alla luce la propria personalità non contaminata.
Ed anche James Hillman, psicoanalista e filosofo statunitense, nel “Codice dell’anima” formula la teoria della ghianda, secondo la quale l’albero che diventa una quercia ha già insito nel suo seme la sua essenza.
Cosa voglio che emerga con la sintesi del pensiero di due Maestri…
…che è indispensabile ai fini della realizzazione personale e di quel benessere interiore, mentale e quindi fisico lasciare che il talento che è in ognuno di noi emerga, che il seme sia libero di germogliare e che non soffochi sotto la pressante paura del giudizio degli altri, che altro non è se non il tuo stesso giudizio, e che si trovi il coraggio di spogliarsi di quei ruoli che non ci appartengono per lasciar fiorire il proprio seme.
Anche lo psichiatra Raffaele Morelli parla del talento, ritenendolo “non una risorsa riservata a pochi eletti ma un tesoro sepolto in ognuno di noi” e, allo stesso modo di Jung, dice che coincide col diventare se stessi e “non con il possesso di abilità particolari”
… e ancora, “se è vero che il talento è una dote naturale e insita in ognuno di noi, averlo non serve se non lo si porta alla luce.”
Quando si è giovanissimi prevale l’entusiasmo e una forte proiezione verso il mondo esterno nonché quell’ “incoscienza” che rende piacevole l’esistenza.
Con l’età che avanza, in senso anagrafico, si comincia a fare il resoconto di una vita che magari non è quella che avremmo desiderato e, il più delle volte, ci si abbandona alla rassegnazione.
Alla luce di quanto detto, per entrare in un discorso che non sia troppo generale, risponderò a una delle domande più frequenti che ci vengono poste.
Si può diventare insegnanti di yoga a sessant’anni quando ci si sente troppo “grandi” per intraprendere un percorso di formazione yoga?
Lascerò a te le conclusioni…
Hai trascorso una vita nel ruolo che la società ti ha imposto, madre o padre, hai dedicato quelli che definisci i tempi migliori a prenderti cura della tua famiglia, e ora a 60 anni ti accorgi di quel seme, e pensi che saresti potuto diventare un bravo insegnante di yoga, senti che sarebbe stata la tua strada… Ma pensi sia troppo tardi…
Io credo che ogni cosa accada quando siamo pronti, quando il nostro seme inizia a schiudersi ed è pronto per germogliare. Che importanza ha l’età anagrafica?
Sei ad un bivio.
Continuare a vivere nella rassegnazione di una vita che non ti appartiene, e qui sarò dura, portando nella tua bara, quando arriverà il momento , il rimorso di una vita…
…oppure prenderti cura di quel seme in modo che finalmente possa fiorire.
Lo yoga è una disciplina che non ha età.
Nei nostri corsi di formazione, soprattutto negli ultimi anni, molti sono gli allievi che a 40 anni, ma anche a 50 e 60 hanno avuto il coraggio di lasciar fiorire quel seme e che finalmente hanno trovato un equilibrio e un benessere psico-fisico nella realizzazione personale e oggi insegnano.
Lo yoga è l’arte della tua interiorità, chiunque può fornirti i colori ma dovrai dipingere tu la tela lasciando emergere il tuo stile, che potrà essere più dinamico, statico, meditativo o devozionale, ma sarà il tuo yoga.
Non è possibile ritrovare un equilibrio continuando a vivere nelle frustrazioni e piangendosi addosso.
La pace interiore, la realizzazione non la trovi nello yoga né in alcuna disciplina ma la trovi lasciando emergere la tua essenza.. lo yoga ti indica una direzione…
Non c’è un tempo per fiorire, ogni fiore sboccia quando il seme è maturo.
Il percorso illuminante
Prima di elevarci alla descrizione degli ultimi due dei chakra principali, Ajna e Sahasrara, nel timore di deludere aspettative abbaglianti e folgoranti, credo sia necessario far chiarezza su alcuni concetti sempre nel tentativo di svelare i misteriosi falsi miti secondo la filosofia della nostra scuola di formazione yoga.
Il primo malinteso, da un punto di vista personale, è nell’errata definizione di “illuminazione” presa alla lettera da molti maestri, che la propongono agli “adepti”, altro termine molto in voga ultimamente, allo stesso modo di un bagliore di luce sprigionato da un neon elettrico.
Assodato in un precedente articolo che non c’è nessun posto da raggiungere, semmai si rifugge da quel luogo che è se stessi, esprimo il mio completo scetticismo dinanzi alle “folgoranti illuminazioni” e “improvvise levitazioni” ma non lievitazioni…e qui i panettieri stiano sereni.
Partendo da una visione tantrica di trascendenza della dualità, e basandomi sulla visione junghiana della necessità della riconciliazione degli opposti, credo che, in un percorso spirituale, se proprio di percorso dobbiamo parlare, l’Illuminazione altro non sia che l’elevarsi oltre quella stessa dualità che scinde il bene dal male, la luce dall’ombra…
L’elevarsi oltre il pensiero in una condizione di “non-pensiero” e di non giudizio, come spettatori esterni testimoni.
La qual cosa non è da considerarsi passività ma consapevolezza di essere parte di un tutto e, come parte di un tutto, contenere il tutto, dalle forze alle vulnerabilità, dalla luce alle ombre.
Andando nel pratico, assumere quell’atteggiamento mentale che ci rende buoni consiglieri nel risolvere i problemi di un amico, un atteggiamento di distacco emotivo, di non attaccamento al pensiero stesso, che non intorpidisca e non ingarbugli la mente ma renda semplice la risoluzione dei problemi.
Sicuramente non è cosa semplicissima da fare, ma il lavoro su se stessi è proprio in questa direzione.
Forse pensavi che nel percorso spirituale avresti trovato la tua santità o almeno questo ti avevano fatto credere taluni…
Credo che ogni percorso inizi per fuggire da se stessi, per fuggire dal dolore di scoprirsi diversi dalle proprie aspettative e convinzioni, di scoprire il proprio inferno.
Ma ti dico, per esperienza personale, che prendendo consapevolezza delle tue “fiamme” riuscirai ad illuminare la tua esistenza.
Mudra e Namastè
I Mudra sono gesti simbolici (in sanscrito «sigillo») utilizzati per canalizzare l’energia dall’esterno verso l’interno; le «chiusure» vere e proprie sono i Bandha.Secondo la scienza yogica stabiliscono un contatto diretto tra corpo, mente e corpo energetico.
I Mudra non riguardano solo le posizioni delle mani ma anche posizioni del corpo e controllo di alcune parti muscolari e tecniche di respiro e a ogni Mudra la tradizione attribuisce effetti specifici.
Sebbene le origini siano sconosciute, nell’arte e nei rituali di molte tradizioni induiste e buddhiste ritroviamo molte immagini iconografiche relative.
Le più note tradizioni riportano ad un guerriero yoga che combatte per porre fine a tutte le sofferenze degli esseri umani.
Nelle mani sono presenti numerose terminazioni nervose: per questo, secondo alcuni autori, i Mudra potrebbero influire anche sullo stato d’animo.Il più conosciuto e diffuso è indubbiamente “Anjali mudra”, il gesto della preghiera, il Mudra dell’unione completa con il divino.
In occidente è un gesto consueto legato alla preghiera, in India è un gesto e un saluto sacro accompagnato spesso dal Namasté.Namasté letteralmente significa “mi inchino a te” ed è un termine di derivazione sanscrita. Si compone di due parole, ovvero namas, inchinarsi e te, estendendo il significato “Il divino che è in me, si inchina al divino che è in te”.
Nella pratica molte asana sono accompagnate da Anjali mudra per onorare, benedire e celebrare il momento presente e per elevare la pratica ad una forma di preghiera nell’unione di mente e corpo.
Namastè
Mito e asana
In linea con i miei studi classici, che mi hanno affascinata con la mitologia greca e romana, mi ritrovo spesso a ricercare tra la mitologia indiana il significato e l’origine delle asana per mera curiosità…nomi di animali, di elementi naturali, di saggi del tempo o divinità manifeste.
All’origine dello Yoga ci riportano MATSYASANA e MATSYENDRASANA.
La leggenda, ambientata in India, narra di Shiva, che dopo diecimila anni di meditazione, roba da poco, scende dal monte per tornare da sua moglie Parvati che è ferma da altrettanti diecimila anni vicino ad un laghetto a contemplare i profumatissimi fiori di loto e ad attendere con devozione il suo sposo.
Shiva la raggiunge e inizia a spiegarle tutte le visioni che durante quei pochi anni di meditazione, lo avevano portato all’ Unione con il Divino trascendendo la Dualità umana.
La visione ovviamente è sempre tantrica, in linea con la filosofia della nostra Scuola di Formazione.
Parvati è estasiata dal suo sposo che non vede da molti anni e lo ascolta come un discepolo ascolta il suo maestro.
Shiva racconta dello Yoga e danzando mostra a Parvati le posizioni di questa arte sacra.
Tra i fiori di loto del laghetto, un pesce, Matsya, ascolta la voce soave di Shiva e si ferma ad ammirare quelle divine movenze a tal punto da volerlo imitare ed esser come lui.
Provò e riprovò quell’arte fino ad allora esclusiva degli dei e divenne così bravo da ritrovarsi improvvisamente uomo davanti a Shiva che, in un primo momento si adirò ritenendo profano e non decoroso che un uomo conoscesse i segreti dello yoga ma comprendendo poi quello che era avvenuto con quella evoluzione e la dedizione e la forza con cui Matsya si era applicato, lo chiamò MATSYENDRA, che in sanscrito significa “Signore dei pesci”, e gli ordinò di portare lo yoga agli uomini.
Matsyendra, secondo questa leggenda, fu il primo Maestro di Yoga in India e nelle rappresentazioni iconografiche è rappresentato metà uomo e metà pesce con tante mani, tipico delle divinità indiane, nell’atto di sorreggere oggetti simbolici o nell’atto di praticare Mudra.
La tradizione lo considera uno dei primi maestri dell’Hatha Yoga: lo cita anche l’“Hatha Yoga Pradipika”, uno dei testi più importanti, scritto da Svatmarama nel XV secolo.
Da questa leggenda originano due asana Ardha Matsyendrasana, la posizione del saggio Matsyendra, e Matsyasana, la posizione del pesce che vedremo nei prossimi articoli.
Yoga ed equilibrio
Nell’articolo di oggi del nostro Blog, parleremo di equilibrio corpo – mente, prima di vedere nello specifico alcune Asana.
Ma cosa è l’equilibrio?
Stando alla definizione etimologica del termine, potremmo definirlo come “stato di quiete di un corpo”
Nel corpo umano l’equilibrio dipende soprattutto dal sistema vestibolare dell’orecchio interno, insieme alla vista e ai recettori di muscoli e articolazioni, che informano il cervello sulla posizione del corpo rispetto alla gravità.
Ma, a meno che non vi siano patologie, l’equilibrio è legato anche a un aspetto psicologico: la paura di cadere, ad esempio, può nascere da una scarsa fiducia nel proprio corpo e da una postura non proprio corretta.
“La vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare” dice il mio caro Jovanotti.
Approcciarsi allo Yoga è essenzialmente prendere consapevolezza del proprio corpo e del proprio respiro migliorando notevolmente la postura a partire dai piedi.
Sentire i punti di contatto, stabilire un buon radicamento con la terra, affondare le proprie radici, permettono di migliorare la stabilità fisica ed emotiva.
Accogliere il momento presente attraverso la presenza e il respiro ci riportano nel “Qui e Ora”, concetto base Zen, il “Carpe Diem” dei latini a noi più vicini, il cogliere l’attimo.
Quante volte abbiamo perso l’occasione del momento, non siamo stati in grado di cogliere l’attimo perché incentrati con la mente su momenti già vissuti o fantasie future e illusorie aspettative…
Nello yoga le asana in equilibrio agiscono proprio su questo aspetto importante della nostra esistenza.
La capacità di restare in equilibrio rappresenta la capacità di stare nel momento, stare nel respiro, accogliendo quello che è, senza cercare di modificare nulla.
L’equilibrio fisico consegue all’equilibrio mentale, solo se avremo una mente libera, rispecchieremo l’equilibrio nel corpo.
L’attenzione al respiro ci immerge totalmente nel momento presente, l’unico momento realmente esistente…Il passato non esiste più, del futuro non abbiamo assolutamente certezze, tutto quello che ci resta è l’attimo e allora…”Carpe Diem” Yogi cari.
Yoga e sistema endocrino
YOGA e Sistema Endocrino
Negli ultimi articoli, approfondendo alcune Asana, tra i vari benefici abbiamo menzionato il lavoro energetico svolto da ogni posizione attivando determinati Chakra.
Facciamo una piccola parentesi per meglio comprendere quanto lo Yoga sia differente da una normale attività fisica e in che modo sia possibile trarne i migliori benefici.
Per ribadire quanta importanza svolga una corretta respirazione, riportiamo uno dei concetti di André Van Lysebeth, personaggio di rilievo nello yoga occidentale, il quale fa una netta distinzione tra l’inspirare passivamente, come atto involontario e indispensabile alla vita e il prendere aria come atto consapevole percependo tutte le sensazioni e gli odori riattivando progressivamente l’olfatto, quell’istinto primitivo perduto, e riabilitando così le nostre narici che, al confronto di quelle animali, sono decisamente atrofizzate.
Determinate posizioni del corpo, unite ad una corretta e consapevole respirazione, attivano i nostri centri energetici, i Chakra, di cui abbiamo parlato abbondantemente in articoli precedenti.
Ora, con parole semplici, il sistema endocrino è l’insieme di ghiandole che sintetizzano e liberano ormoni riversandoli nel sangue per regolare i processi biologici di organi e tessuti.
Nella tradizione yogica a ogni Chakra principale corrisponde una ghiandola del sistema endocrino.
Partendo dalla base della colonna, a Muladhara sono associate le ghiandole surrenali che si compongono di midollo e corteccia e secernono ormoni quali l’adrenalina, il cortisone e gli ormoni sessuali.
Svadhisthana è il secondo Chakra, associato alle gonadi, ovaie e testicoli, che presiedono alla funzione riproduttiva e alla gametogenesi, ossia la produzione di cellule mature, i gameti, dai quali avrà origine una nuova vita.
Manipura, il Chakra di Fuoco, è associato al pancreas, ghiandola che produce tra gli altri ormoni, l’insulina che regola i livelli di glucosio nel sangue.
Il Chakra del Cuore, Anahata, è associato al Timo, ghiandola molto sviluppata nei bambini che trasforma i timociti in linfociti per poi regredire e atrofizzarsi fino quasi a scomparire nell’adulto.
Salendo all’altezza della gola, Vishuddha è associato alla tiroide, ghiandola molto vascolarizzata che produce due ormoni importantissimi T3 e T4 che regolano varie funzioni all’ interno del corpo umano tra cui il metabolismo.
Gli ultimi due Chakra, Ajna e Sahasrara, sono abbastanza controversi per quel che riguarda l’associazione alle ghiandole, ipofisi ed epifisi, alcuni ne invertono l’ordine, cosa alquanto irrilevante nel nostro contesto che non ha pretese di trattato scientifico ma semplicemente lo scopo di spiegare senza misteriose teorie, quanto beneficio fisico e mentale possa ottenersi da una semplice pratica millenaria che ha la sua arma vincente nel prezioso alito vitale.
Per approfondire leggi Yoga e illuminazione: i falsi miti da conoscere e I benefici dello Yoga.
Le altre raccolte di riflessioni: Lo Yoga oltre la tecnica e Zen, meditazione e posizione seduta.
Staff Yoga Planet · Aggiornato il 4 novembre 2026








